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Un indovino mi disse racconta di un anno speciale per Tiziano Terzani, il 1993, quando decide di muoversi senza usare l’aereo. Per un giornalista è una scelta difficile e poco sensata da un punto di vista pratico ma molto interessante da un punto di vista esterno, come quello di noi lettori. Il concetto di base è intrigante e i possibili contenuti del libro infiniti, ma purtroppo la realizzazione finale non raggiunge le aspettative.

Contenuti

Il viaggio e gli indovini sono il fulcro del libro e, attorno ad essi, Terzani aggiunge diversi racconti, pensieri ed analisi. Alcune parti funzionano, la maggior parte no.

Viaggio e indovini, purtroppo, occupano piccola parte del libro. Le descrizioni del viaggio sono minime, presenti in piccole parti nel libro. Un vero peccato, poiché sono le più affascinanti di tutto il racconto, forse proprio perché raccontano di un qualcosa che già nel 1993 stava morendo: i viaggi su via terrestre. Quei viaggi dove si conosco persone, dove veramente il viaggio è già l’avventura stessa (per questo ho apprezzato molto Vado verso il Capo).
Durante l’anno Terzani visita diversi indovini, uno per ogni luogo che visita. Tramite passaparola cerca sempre il miglior indovino della zona (che, come detto da lui stesso nel libro, si trovava sempre in un altra nazione di quella in cui era lui) e da lui si fa leggere passato e futuro. Capitano sia ottimi astrologi che cialtroni, ma ciò che più ho apprezzato è il modo in cui Terzani si approccia a questo mondo: non da credulone né da totale diffidente, ma con la giusta curiosità e dubbio che lo rendono un ottimo narratore/giornalista.

Le analisi dei luoghi, visti da una persona che l’Oriente lo conosce, sono parecchio interessanti e ben scritte. Gli aneddoti che ci racconta sono anch’essi coinvolgenti e, insieme alle descrizioni, rendono i luoghi vivi, come se noi stessi fossimo lì. Capiamo non solo il posto, ma anche la sua cultura, le sue tradizioni e la sua evoluzione.
Le parti dedicate interamente ai pensieri e ai paragoni in stile “ai miei tempi” sono presenti almeno una volta per capitolo, occupando spesso più di una pagina e ripetendo, a volte nemmeno con frasi diverse, le stesse cose. Terzani confronta i paesi “com’erano una volta” rispetto a come sono ora, si chiede se non fossero più felici prima che ora, si chiede chi ci perde e chi ci guadagna e così via. Un’infinità di pensieri che poteva benissimo fare una volta sola senza propinarceli per almeno 100 pagine di libro. Dopo metà libro ottieni un sesto senso per le parti filosofiche e riesci ad evitarle con grande cura, ma rimangono comunque un grosso peso il per il libro.

Edizione

Ho letto l’edizione TEA del 2015 (quella in foto) che, per gusti personali, preferisco alla nuova edizione (quella che avevo già criticato nella recensione di Buonanotte, signor Lenin). Preferisco la copertina, la resistenza della stessa (posso piegare il libro per tenerlo in una mano senza preoccuparmi che si pieghi irrimediabilmente) e non ho trovato nessun errore di stampa.

Manca una mappa del viaggio, aggiunta che adoro e desidero in ogni narrativa di viaggio ma che manca quasi sempre (per quanto mi risulta, nelle edizioni americane sono quasi sempre presenti). Porterò avanti questa lotta finché non avrò le mie mappe!

Conclusioni

Indubbiamente un ottimo libro, unico per i temi su cui si basa. Poteva essere alleggerito di un centinaio di pagine, eliminando sopratutto le parti ripetitive che effettivamente risultano noiose. Altra nota negativa, il viaggio occupa solamente una piccola fetta del libro. L’edizione è ottima, seppur di qualità non eccelsa.

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